Il lutto ai tempi del Covid19 e il lutto Perinatale. Somiglianze che aiutano a comprendere.

Tutti noi abbiamo visto in questi giorni le immagini agghiaccianti del corteo di mezzi militari che trasferivano decine e decine di feretri da Bergamo ad altre zone d’Italia.

Sentimenti diversi possono averci attraversato: angoscia, ansia, paura, timore, tristezza, stupore…

Tutti noi, in questo particolare periodo, ci stiamo dunque confrontando e avvicinando inevitabilmente al tema della perdita e della morte.

Abbiamo perso le nostre abitudini, abbiamo perso i nostri lavori e i nostri hobby, abbiamo perso la possibilità di condividere il tempo con amici e parenti. Abbiamo perso le nostre certezze e ci sentiamo persi.

Questo senso di perdita però si amplifica a dismisura quando si parla di perdita affettiva, di morte.

Il lutto, infatti, è sempre un’esperienza complessa. Quando perdiamo una persona cara ci sentiamo privati di tutte le vicende, i gesti e le abitudini che a questa persona erano legate e, lì per lì, per proteggerci, proviamo a negare l’accaduto: “Non è vero, non è possibile!”, ci diciamo.

Poi, piano piano, il senso di mancanza inizia a far capolino e dalla negazione della perdita può capitare di avvertire una forte rabbia nei confronti del destino, di chi se n’è andato o nei confronti di se stessi: “Perchè a me?”, “Perchè mi hai abbandonato ora?”.

O ancora, può succedere che ci assalga la tristezza più profonda, fatta di sentimenti di vuoto, di solitudine ed impotenza: “L’abbiamo lasciato morire da solo in ospedale”, “Non l’ho nemmeno potuto salutare”…

Da sempre, per attraversare queste emozioni e sentimenti, per arrivare ad accettare ed incorporare ed integrare la perdita tra le nostre esperienze di vita, abbiamo fatto ricorso ai funerali, ai riti collettivi. La presenza di familiari e amici ai funerali ha, tra le altre, anche la funzione di “accertare l’evento come realmente accaduto”, per poter poi procedere con la narrazione di fatti e ricordi positivi vissuti con quella persona.

Ecco, tutto ciò ora non è possibile.

Il fatto di non poter vivere il lutto, fatto di sostegno, di abbracci e di cerimonie commemorative che consentono di traghettare alla morte i propri cari, può impedirci di attraversare ed elaborare adeguatamente la perdita. Può accadere che alcuni sentimenti di cronicizzino e che ci si ritrovi stagnati in una fase di quelle descritte in precedenza, senza la possibilità di andare avanti.

Che c’entra tutto ciò con il lutto perinatale vi chiedete?!

C’entra molto a mio avviso!

Un aborto spontaneo, un’interruzione di gravidanza, una morte in utero, sono sempre forme di lutto. Là dove doveva esserci la vita sopraggiunge invece la morte. E le reazioni sono esattamente le stesse di qualsiasi lutto: dallo stupore alla paura, dal senso di colpa al sentimento di vuoto, dalla sofferenza all’ansia con tanto di insonnia e completo distacco dalla realtà circostante.

La cosa che accomuna questi tragici eventi perinatali e l’attuale situazione di pandemia è proprio l’impossibilità di ritualizzare un passaggio.

In entrambe le circostanze ci si ritrova esortati in qualche modo a non pensarci, ad andare avanti, a re-agire senza la possibilità di so-stare.

Molto spesso nelle perdite in epoca perinatale non c’è nemmeno un corpo da cui separarsi, da salutare, e così anche ora, in questa circostanza di emergenza sanitaria.

La negata possibilità di dare sepoltura a un nonno, un’amica, una sorella, un feto coincide con la negazione della possibilità di separarsi psicologicamente da quella persona, che senza un luogo continua a vagare anche nelle nostre menti.

L’impossibilità di narrare con qualcuno i ricordi del passato condiviso con quella persona è un’altra caratteristica che queste esperienze hanno in comune: come il bambino prenatale non ha una storia di vita fuori e non ha un passato da ricordare, così ora non c’è la possibilità di trovarsi, in una chiesa o in altro luogo, con amici e parenti per rimembrare, raccogliendosi vicendevolmente le lacrime e stringendosi in caldi abbracci.

Che fare dunque? Dobbiamo lasciar correre i fatti e viverli passivamente? O possiamo comunque fare qualcosa per prenderci cura dei nostri lutti?

Partirei col dire che non esiste un unico modo per elaborare un lutto e che quindi ognuno dovrebbe ritenersi il responsabile del proprio e delle scelte ed azioni che intraprende per attraversarlo.

Se nell’ambito perinatale può venir suggerito di vedere il corpicino, di dare sepoltura e di creare una scatola di ricordi per rendere reale il bambino ed il lutto stesso; con le perdite che avvengono in questi giorni si rende necessario trovare modalità alternative, in attesa di poter celebrare le funzioni tra un po’ di tempo.

Ecco dunque che si possono sfruttare gli strumenti tecnologici per videochiamate multiple, per sostenersi a distanza. Certo, non potranno mai e poi mai sostituire il calore di una carezza o di una mano posata su di una spalla, ma possono tenerci lontani dalla solitudine e dall’isolamento, aiutandoci a dare parola ai nostri pensieri.

Un’altra strategia (suggerita anche dallo psicologo Alberto Pellai in questi giorni) potrebbe essere quella di cominciare a prendersi cura di una piantina: seminare e attendere che germogli, curandola quotidianamente sino al momento in cui la si potrà trapiantare e portare sulla lapide, tra un po’ di tempo.

Anche tenere un diario potrebbe essere di conforto, scrivere ciò che passa per la mente riguardo la persona persa potrebbe aiutare a prendere consapevolezza del proprio dolore e potrebbe rendere possibile la separazione; le pagine potrebbero per altro poi essere lette in futuro quando ci di potrà incontrare per il vero saluto condiviso.

Questi sono solo alcuni esempi di “modalità alternative” per attraversare le perdite; credo poi che ognuno possa trovare le sue intime e personali strategie anche in questo particolare periodo e che pure decidere di farsi aiutare ed accompagnare da qualcuno in questo percorso sia una scelta davvero coraggiosa per il proprio benessere.

In fondo siamo isolati ma non siamo soli.

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