Attendere.
Questa parola, oggi, fa paura. Non sappiamo attendere.
Aspettare, sospendere momentaneamente ogni pretesa, lasciare fluire il tempo e abbracciare l’ignoto, la mancanza di risposte, l’incertezza.
Tutto ciò fa paura e, a dirla tutta, non siamo abituati a sostare.
Abili come siamo a correre, freneticamente, quotidianamente, contro il tempo, quando ci ritroviamo nella forzata condizione dell’attesa, dell’immobilità, della passività, senza alcun asso nella manica da poterci giocare per accelerare l’esito tanto atteso, ci ritroviamo smarriti, angosciati, frustrati.
Saper attendere qualcosa, o qualcuno, è un vero e proprio lavoro, richiede fatica, è “una lotta contro i peggiori pensieri”.
L’attesa di una gravidanza, di un figlio, di una maternità può essere una di quelle esperienze di vita che mette a dura prova una donna e il suo equilibrio emotivo.
Tra l’istante in cui una coppia decide di compiere quel meraviglioso e faticoso passo che la può portare verso il mondo della genitorialità e il momento in cui questo passo si realizza concretamente, può trascorrere un lasso di tempo molto breve, come tremendamente lungo.
Ed è proprio in questo tempo così dilatato, eterno, che si insinuano desideri, speranze ma anche preoccupazioni, paure, timori, ansia.
Quando il grande filosofo illuminista diceva: “ L’attesa del piacere è essa stessa il piacere”, mi sa che non aveva sperimentato cosa significa desiderare ardentemente una gravidanza, un figlio e fare mensilmente i conti con un ospite indesiderato color rosso scarlatto che si ripresenta ciclicamente a ricordarti che… no, non sei incinta!
È incredibile come, quando si è giovanissime, trovarsi tra le mani un test negativo possa essere una grande gioia, un respiro di sollievo; e pochi anni più tardi nelle stesse mani, lo stesso test, possa suscitare sentimenti di sconfitta, di profonda delusione e tristezza.
Ma anche questa è attesa.
Non è sicuramente la “dolce attesa” che tutti conoscono e che, al suo annuncio, riempie i volti di sorrisi e commozione, questo è certo. È un’attesa più silenziosa, intima, che nella maggior parte dei casi viene vissuta nel privato delle mura domestiche e che, forse, proprio per il fatto che non viene condivisa, diventa dolorosa.
Cosa fare dunque quando e se ci si dovesse trovare in questa circostanza?
Beh, la risposta universale credo non esista. Ognuno porta con sè le sue esperienze di vita, i suoi modi di agire e reagire e pretendere che ci sia una soluzione unica sarebbe un errore.
Quello che mi sento di dire però è che quel tempo, così dilatato, lungo da sembrare eterno, può insegnarci tanto, su noi stessi e sul mondo.
Mentre attendi un esito che fatica ad arrivare puoi imparare ad ascoltarti, di più e più in profondità. Quando sei costretto a fare i conti con un tempo lento, puoi reimparare a fermarti ad ascoltare il tuo respiro, le tue emozioni e a riconoscere ciò che è buono per te e ciò che, invece, è nocivo, tossico.
Puoi riscoprire il significato vero della parola “benessere” che, nelle corse frenetiche quotidiane, hai perso di vista.
Cosa significa dunque stare bene? Avere subito ciò che si desidera? O avere l’occasione di conoscersi un po’ di più, di rallentare al punto da riscoprirsi, di fare i conti con i propri scheletrì nell’armadio per poterli spolverare, farci amicizia e crescere assieme a loro?!
Non nego che sia dolorosa quell’attesa, non nego che sia difficile, ma voglio far presente che anche quell’attesa è vita e ti chiede a gran voce di non sprecarla.
La tristezza e la rabbia possono essere accolte, cullate, condivise con chi ti ama.
Continuare a dipendere dal domani ti fa perdere di vista l’oggi, che finisce per essere sprecato.
Quindi comincia ad aver cura di te, del tuo corpo che ti parla, dei tuoi pensieri, delle tue emozioni; comincia a scavare nel profondo per ricercare le radici del tuo sentire.
Impara, con amore, a so-stare, senza farti sovrastare dalla rassegnazione.
Nessun aspettare è vuoto, è pur sempre fatto di giorni che ti chiedono di essere vissuti, pienamente!